Yoga & Meditazione

La magia della sadhana nell’Amrit Vela

C’è una magia, una dolcezza infinita nel praticare yoga e meditare nelle ore dell’Amrit Vela (chiamate anche Ore dell’Ambrosia), quel momento prima del sorgere del sole in cui il mondo è ancora avvolto dall’oscurità e dal silenzio, e tu puoi avvertire più distintamente l’Infinito espandersi dentro di te.

Alzarsi prima dell’alba e fare la sadhana (per sapere cos’è, leggi qui) può essere uno sforzo molto impegnativo, soprattutto quando fa freddo e si sta tanto bene sotto le coperte, o in quei periodi in cui il sonno e la stanchezza sembrano prendere il sopravvento. In realtà è la mente a prendere il sopravvento, e il vero sforzo è riuscire proprio ad andare oltre la mente. La sadhana è autodisciplina: impariamo a disciplinare la mente, così che sia a nostro servizio. Meditando e facendo gli esercizi di yoga puliamo il subconscio, lasciamo cadere strati e strati di condizionamenti e vecchi fardelli, apriamo il cuore e lasciamo emergere la nostra luce più brillante.

Ci vogliono impegno, lavoro costante, consapevolezza. Soprattutto, ci vuole coraggio. Alzarsi quando ancora è buio significa relazionarsi con le proprie paure più radicate e ataviche, con la propria ombra, ma anziché continuare a scappare possiamo accoglierla, abbracciarla con sincerità e compassione, guardarla in faccia senza chiudere gli occhi… e finalmente, pezzo dopo pezzo, lasciarla andare. E’ un momento di grande trasformazione.

Ma la mia esperienza racconta anche un’altra verità: la sadhana durante l’Amrit Vela è un richiamo dell’anima. E quando seguiamo questo richiamo, non c’è sforzo in quello che facciamo. A me è successo di conoscere prima la sadhana del Kundalini vero e proprio. Già meditavo e avevo avuto qualche esperienza energetica, e quell’estate ero andata due giorni a un ritiro in cui c’era la possibilità di alzarsi alle 4 di notte per meditare insieme al maestro. Cosa che, ovviamente, mi guardai bene dal fare. Tornata a casa, cominciai a svegliarmi ogni notte da sola intorno alle 4, senza apparente motivo. Semplicemente mi svegliavo, andavo nell’altra stanza e davanti alla portafinestra del balcone mi mettevo a meditare ascoltando il respiro e scendendo dentro di me.

Cominciai a chiedermi per quale motivo mi svegliassi proprio a quell’ora ogni notte, così facendo qualche ricerca su internet trovai alcuni articoli che parlavano della sadhana nel Kundalini Yoga, e di come quelle ore fossero preziose per l’evoluzione individuale. Mi attrezzai per la mia “personale” sadhana, dato che ancora non conoscevo kriya o meditazioni yogiche, feci una serie di cd con musiche molto evocative e continuai per un paio di settimane. Fu meraviglioso, soprattutto rendermi conto che di giorno non ne risentivo poi molto e anzi, ogni cosa era amplificata e più profonda. Smisi perché cominciai a entrare in conflitto con le mie paure inconsce.

Un mese dopo iniziai il mio primo corso di Kundalini, e da subito ripresi ad alzarmi ogni notte con i miei cd a farmi da sottofondo. Completai subito il primo ciclo di 40 giorni, in seguito ne feci molti altri con le meditazioni specifiche dello yoga. I kriya no, li praticavo durante la giornata. Pensavo di non riuscire a farli a quell’ora. Come per ogni cosa, c’è un tempo e un’evoluzione da rispettare. Per ciascuno di noi.

Non ho mai usato la sveglia. A volte facevo fatica, a volte la mente si ribellava, ma il richiamo dell’anima era troppo forte per sottrarvisi. Ritenevo fosse un’occasione da non perdere, e che se mi ero svegliata un motivo doveva esserci. Non ricordo bene quando o perché smisi, forse era arrivata una fase troppo pesante da gestire, avevo bisogno di fermarmi e integrare tutti quei cambiamenti. Era stato tutto molto veloce, la vecchia me aveva iniziato a svanire. Continuai perciò a praticare la mattina o la sera.

Tempo fa però è successo: sono tornata a sentire il richiamo dell’anima, forte e struggente, come quei primi tempi ma ovviamente con molta più consapevolezza e abbandono. Continuo a non usare la sveglia, lascio che accada spontaneamente. So che è un processo senza fine, e posso soltanto vivere questi momenti come una benedizione, un dolcissimo nettare da godere istante per istante, goccia a goccia, un nutrimento che non è possibile ricevere in altre ore della giornata. In quello spazio di tempo ci sei solo tu (nel mio caso tu e il gatto…), con la luce di una candela a rischiarare il buio del mondo, a ricordarti che quella fiamma è solo un piccolo riflesso dell’immensa luce splendente che spesso non hai il coraggio di mostrare nemmeno a te stesso.

Sono le ore più dolci, ore di pace e integrazione. Ore di una solitudine piena e vitale.

Segui la tua luce interiore, ti guiderà attraverso il buio. Impegnati con te stesso, è l’unica via che ti condurrà a una vera trasformazione. Può esserci uno sforzo, in questo, ma nel lavoro su di sé tutto è spontaneo e al tempo stesso uno sforzo, perché richiede di metterti in gioco fino in fondo – finché ciò che pratichi non diventa la tua stessa vita. Finché non riesci a sentire, a rispondere al richiamo della tua anima.

 

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