Bhakti Yoga & Mantra Chanting

Amici! Come avrete notato, il blog e tutti i miei profili social hanno cambiato identità. Non è stato un cambiamento improvviso, quanto piuttosto una maturazione lenta, sedimentata nel silenzio dell’inverno (e di molti inverni) per poi sbocciare chiara e splendente in questo risveglio primaverile. In questo post – un po’ lunghetto, ahimè, ma spero riuscirete a leggerlo fino in fondo – vorrei condividerne con voi il profumo.

Vi sono almeno due approcci per lo yoga, così come per la vita: l’approccio del guerriero, e quello dell’abbandono. Il primo ricerca forza, centratura, affronta ogni asana/esercizio quasi come una sfida con se stesso, e il kundalini yoga fa certamente parte di questo tipo di approccio. La via dell’abbandono invece ricerca nella resa, nel non-fare più che nel fare, la vicinanza con l’assoluto e l’apertura di corpo-mente-anima.

Nella vita accade la stessa cosa: il guerriero è sempre in movimento, sempre alla ricerca di un risultato, di un’esperienza; chi pratica la via della resa (che non è affatto sinonimo di rinuncia!) sente che tutto si espande e arriva dall’interno, senza sforzo, semplicemente ascoltando e restando in contatto con la propria fonte interiore. Arrendersi significa avere fiducia in qualcosa più grande di noi che ci ama e ci comprende tutti, e ci sostiene anche quando non lo vediamo, qualcosa che non ha forma né attributi, che non è da qualche parte lontano nell’etere, ma è proprio qui e ora, in ogni manifestazione, in ognuno di noi, come le onde del mare che seppur distinte non sono separate da lui.

Ma può esservi un terzo approccio, ed è quello che mi sento sempre più chiamata a portare nel mio insegnamento: incarnare l’aspetto del guerriero attraverso la via dell’abbandono, quindi unire gli aspetti più belli del kundalini yoga con la resa al cuore. Cuore e guerriero, sembrano due cose in antitesi eppure non lo sono. Più vi abbandonate al sentire, mollando il controllo e la smania di riempire il vuoto con stimoli e rumore, e più la forza del guerriero si manifesterà, senza alcuno sforzo, senza ego, un guerriero che fa dell’amore la sua unica forza. La via dell’abbandono e dell’amore si chiama Bhakti Yoga. Per farne esperienza è necessario cambiare punto di vista ed entrare dentro di sé. Continuamente, durante la pratica di yoga, durante la meditazione, ma anche durante il giorno, quanto mangiate, quando fate altro. Non esiste alcun risultato spirituale possibile senza devozione, senza abbandono, perché qualcosa di molto importante verrebbe a mancare: l’apertura vera e totale del Cuore, che è la nostra stessa natura

Il bhakti yoga è lo yoga devozionale, lo yoga del cuore. Bhakta è infatti il devoto, colui che realizza il Sé infinito, l’unione con il Tutto, non attraverso lo sforzo bensì attraverso l’amore e la resa al divino. Ci inchiniamo all’energia cosmica che pervade il mondo e ci lasciamo pervadere, fino a raggiungere quello stato in cui non vi è più separazione. Torniamo a essere Uno con il cosmo.

La via dell’abbandono richiede molta fiducia, per perdersi con totalità nell’amore esistenziale. Non contempla alcun controllo, alcuna logica, la mente tace di fronte al desiderio del cuore di tornare alla sorgente. Ma questa fiducia non è ottenuta attraverso la volontà dell’ego, che a un certo punto vuole fidarsi e arrendersi… accade e basta, se glielo permettiamo, perché è già lì da qualche parte nascosta dentro di noi, e non vuole altro che tornare in superficie, proprio come quando eravamo piccoli ed era del tutto naturale sentirla. E quando accade c’è un’esplosione di gioia e di energia come mai sperimentata prima. L’ego e la paura semplicemente scompaiono nell’estasi e nella felicità senza oggetto, senza causa.

Chi fa yoga avrà sentito parlare spesso della famigerata apertura del Quarto Chakra. Tutti ne parlano, pochi lo hanno sperimentato davvero. Viviamo in un mondo che sin dalla nascita non ci invita a mantenerlo aperto, anzi, sin da piccoli impariamo a chiuderlo per difenderci – dalle delusioni, dalle ferite, da un modello educativo sbagliato che tarpa molti slanci vitali del bambino.

Abituati a non sentire nulla, perché così ci sembra di essere più al sicuro, da adulti non appena sentiamo qualcosa siamo sopraffatti e talmente spaventati di esporci nudi e vulnerabili da chiudere di nuovo istantaneamente quel piccolo spiraglio di apertura. E se è accaduto, se ci siamo aperti, magari proiettiamo chissà quali scuse al fatto che comunque era una situazione particolare, come se nella quotidianità fosse impossibile ripetere l’esperienza.

Invece non solo è possibile, ma il bhakti yoga ci insegna che si deve aprire il cuore proprio qui e ora, indipendentemente da dove siamo, perché ogni luogo e ogni persona che incontriamo è intrisa di essenza di vita, dello spirito creativo e di quello stesso amore che permette all’universo di accadere ogni singolo istante. Che poi l’altra persona ne sia altrettanto consapevole, è un discorso a parte che non conta nemmeno troppo.

Una delle pratiche più immediate e potenti del bhakti yoga è il canto di mantra, chiamato anche Mantra Yoga, da soli oppure in gruppo (in quest’ultimo caso si parla di kirtan, in cui la partecipazione degli ascoltatori non è passiva come a un concerto normale ma è al contrario attiva e coinvolgente).

I mantra sono suoni sacri che entrano in connessione con la chimica del cervello da un lato, e con la vibrazione spirituale del nostro essere dall’altro. Ci portano velocemente in uno stato di pace, di quiete mentale, di gioia e di libertà viscerali, se appunto ci abbandoniamo al canto e al suono lasciando andare le barriere culturali, personali o intellettuali. Potremo anche alzarci e ballare, o meglio lasciare che il corpo sia danzato: non siamo noi a muoverlo, è la musica a danzarlo. Questa è resa, questa è fiducia, questo è abbandono a una forza vitale che non è controllabile, nemmeno quando crediamo di farlo. Prova, e scopri tu stess* la differenza tra fare e lasciare che accada. (Se vuoi cantare con me, clicca qui o iscriviti al mio canale YouTube)

Io stessa non mi sarei mai e poi mai ritenuta una bhakti, in primis perché ho sempre rifiutato qualsiasi concetto che richiamasse anche solo vagamente la religione, e poi perché mi ritenevo troppo mentale nel mio modo di approcciare la vita, sebbene il canto dei mantra abbia risuonato in me sin dall’inizio, quando ancora nemmeno facevo yoga. Successivamente, quindi, il mio nome spirituale è stato una grande sorpresa: Simran è lo stato di meditazione profonda nel suono divino, e ok, fin qui… amavo già meditare… ma Keval significa “colei che appartiene solo a dio”. Cioè, è la bhakti per definizione! E lungo il mio percorso nel kundalini yoga, soprattutto dal teacher training in poi, mi sono resa conto che Keval era non solo ben presente in me, ma anche una parte molto importante della mia natura. La bhakti è il fuoco che spinge alla trasformazione, è la nostalgia del ritorno a casa, il desiderio profondo cioè di tornare a uno stato di non separazione. E’ ciò che ti spinge a dare e a darti.

Lo yoga e il bhakti yoga viaggiano insieme, lo yoga senza bhakti non ha molto senso. Grazie allo yoga ci svestiamo piano piano di attaccamenti e paure anche molto antiche, che ci impedivano questa apertura, e che come abiti polverosi vengono lasciati cadere a terra e abbandonati, ma non è un ego che può farlo. La vera realizzazione è Amore. Il vero successo è Essere. Siamo abituati a fare, ad agire: facciamo yoga, facciamo meditazione, facciamo l’amore, muoviamo il corpo, respiriamo. Io. Io. Io. Nel bhakti yoga non c’è nessun fare, nessuna azione personale. Lasciamo che sia l’amore, l’esistenza a muoverci, secondo i suoi tempi.

Senza devozione lo yoga diventa una ginnastica, una serie di esercizi sterili, vuoti di significato e pieni invece di ego: ecco perché lo yoga moderno rischia spesso di diventare una performance, perché non siamo più in grado di dare senza volere qualcosa in cambio. E se provassimo a rilassarci, senza cercare di ottenere nulla? Se provassimo a gioire di ogni nuova sensazione? Se provassimo a inchinarci allo spirito dell’esistenza che è sempre lo stesso ovunque andiamo, che è nelle immense montagne selvagge come nella piantina in vaso sul balcone? Se provassimo a fare yoga non per noi stessi, ma per gli altri?

NON PER ME, MA PER TE. Questo è stato il mio mantra per tutta la scorsa estate. Non faccio yoga per me, per il mio ego, ma per essere degna di te. E questo te si riferisce a chiunque: ai miei allievi, al mio compagno, alle persone che incontro nel mio cammino, alla natura, al mondo intero. Perché è compito di ognuno migliorarsi per migliorare il mondo in cui viviamo, dal micro fino al macro.

Sat Nam!

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